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Gli Arazzi della Battaglia di Pavia

 


I Musei italiani sono ricchissimi di testimonianze inerenti la rappresentazione dei Cavalli. Da oltre due anni oramai impegnato piacevolmente in questa mia rubrica di equitazione storica, ho avuto modo diverse volte di evidenziare il nostro patrimonio artistico su tutto il territorio nazionale. Ho cercato di far comprendere anche attraverso l’arte, i manoscritti antichi e le esperienze personali il percorso che il cavallo ha avuto nella storia. Siamo prevalentemente impegnati ad evidenziare l’uso militare di questo formidabile compagno d’avventura che tanto ha sostenuto con la sua nobilita ed audacia le grandi imprese dei condottieri che sono stati occupati nelle varie guerre italiane e straniere. Il XVI Secolo ha visto piano piano complicarsi l’efficacia della carica di Cavalleria in quanto diventavano sempre piu’ efficienti ed influenti i contributi che le armi da fuoco davano sui campi di battaglia. Bombarde ed archibugi erano devastanti, capaci di ostacolare se non fermare, la Cavalleria. Durante il Medioevo, la cavalleria pesante aveva costituito l'ossatura degli eserciti ma nel XVI secolo questa disposizione cambiò sensibilmente. Durante le guerre d'Italia nel primo ventennio del 1500, ci fu una vera e propria evoluzione dell'arte bellica rinascimentale, che coinvolse non solo le tattiche di cavalleria, bensì anche le nuove strategie adoperate dalla fanteria di picchieri svizzeri, che ora si trovavano a fronteggiare la nuova minaccia dei pezzi d'artiglieria. Infatti l'uso delle bombarde, ora montate su affusti e ruote, era ora possibile anche nelle battaglie campali e non solo negli assedi, e le armi da fuoco individuali, gli archibugi, venivano usati da archibugieri professionisti, che, organizzati in reparti autonomi, avevano un ruolo indipendente sul campo di battaglia da quello degli altri reparti.



Ci troviamo nel 1525, precisamente al 24 Febbraio presso Pavia in mezzo alle grandi guerre italiane tra Francesi, Spagnoli ed Italiani. I Francesi erano guidati dal proprio Re Francesco I mentre l’Armata Imperiale tra i suoi comandanti aveva l’italiano Fernando Francesco D’Avalos protagonista della storia che stiamo per raccontare. La battaglia si concluse con la netta vittoria dell'esercito dell'imperatore Carlo V; lo stesso re Francesco I venne catturato personalmente da Carlo di Lannoy, il quale lo trovò in terra caduto da cavallo e lo fece suo prigioniero.



A rappresentare tutta la Battaglia attraverso degli splendidi arazzi con una descrizione puntuale ed artisticamente impeccabile è Bernard van Orley, famoso pittore e cartonista di arazzi e vetrate, probabilmente tra il 1528 e il 1531 come suggerisce la presenza della sigla dell’arazziere, William Dermoyen, lungo la bordura di due dei sette arazzi.  Donati nel 1531 all’Imperatore Carlo V dagli Stati Generali di Bruxelles, dopo vari passaggi ereditari, entrano a far parte grazie al legato testamentario del giovane don Carlos, figlio di Filippo II, delle collezioni di Francesco Ferdinando d’Avalos, diretto discendente dell’omonimo eroe di Pavia, morto per le ferite riportate in battaglia. Nella primavera del 1998 gli arazzi sono stati sottoposti ad un delicato intervento conservativo e posizionati nella Sala degli Arazzi del Museo di Capodimonte di Napoli.



Ogni volta che entro in quella sala, per me fonte di grande ricerca storica, mi fermo in un’analisi contemplativa importante. I dettagli dei finimenti, delle armature e finanche degli “assetti” a cavallo durante le cariche ed i combattimenti danno molte informazioni per l’equitazione storica.

Si cerca di immedesimarsi in quella confusione ordinata di Cavalli e Cavalieri che si stanno preparando all’attacco contro il nemico. La potenza e grandezza dei cavalli da guerra fa ben emergere le razze italiane e spagnole dell’epoca che con la loro forza e morfologia erano particolarmente adatti a sostenere il peso e la dinamica della battaglia.


Francesco Ferdinando d'Avalos

Il Museo di Capodimonte, oltre l’Armeria Farnesiana in cui sono custodite armi ed armature dal XV al XVII secolo ha nel suo grembo questa grande collezione d’Avalos che testimonia il grande lavoro di recupero della nostra storia cavalleresca.

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